venerdì 29 febbraio 2008
PARCHEGGI SCAMBIATORI UNA BUONA IDEA GESTITA MALE!!!!Siamo alle solite, continuiamo a pensare che si possano cambiare le abitudini della "gente" obbligandola con metodi costrittivi a comportarsi in maniera opposta alle proprie abitudini radicate nel tempo.Prendiamo per fare un esempio la brillante idea di alcuni amministratori che hanno pensato di importare delle soluzioni come quella delle piste ciclabili, in città dove per cultura e per orografia del territorio sono impraticabili, è chiaro a tutti che in alcune aree geografiche dove le città si sono sviluppate su acclivi più o meno ripidi sia impensabile obbligare i cittadini all'utilizzo di un mezzo come la bicicletta per muoversi, ( a meno che non siano tutti dei Pantani) nonostante questa difficoltà di poco conto, continuano ad investire denaro pubblico considerando tutti i cittadini come abitanti della valle padana o della verde Olanda.Ma veniamo al parcheggio scambiatore, l'idea sarebbe quella di consentire (non imporre) ai cittadini di evitare l'utilizzo della propria autovettura perlomeno all'interno dei centri storici o delle mura della città, bene, e cosa fa un'amministrazione che per decenni non è stata capace di pensare un servizio di trasporto pubblico efficiente e ha obbligato i cittadini a congestionare le città perchè non vi era alternativa? crea il PARCHEGGIO SCAMBIATORE, UN NON LUOGO, dove, in una distesa di asfalto o pavimentazione autobloccante, una mamma dovrebbe lasciare sotto il sole (in alcune aree 40° all'ombra) o sotto la pioggia, il proprio figlio in attesa di una navetta (a pagamento) che nella maggior parte dei casi ritarderà, oppure, immaginate la commessa, il dipendente di un ufficio o il dipendente pubblico che preferisce lasciare il proprio mezzo in questo deserto (a pagamento) senza nessuna garanzia di ritrovarlo, per attendere la navetta che anche in questo caso potrebbe non sopraggiungere in tempo utile.Indovinate a fronte di questo sacrificio quale è la nobile finalità dell'amministrazione? voi penserete: ridurre l'inquinamento che soffoca i nostri centri storici, NO! ridurre il traffico rendendo più fruibile la città, NO! migliorare la qualità della vita ai cittadini, NO! niente di tutto questo, lo scopo è quello di far cassa, ESATTO.facciamo un po di luce sui fatti.per agevolare un nuovo stile di vita nella "gente" sarebbe opportuno dimostrare che una cosa è meglio dell'altra, quindi l'ipotesi più plausibile sarebbe quella di invogliare a cambiare.Prendiamo ad esempio una città del sud, servizi pubblici ZERO ordine ZERO pulizia ZERO ma, la "gente" ha delle piccole abitudini che bisogna saper leggere.Cosa fa la commessa o il dipendente o la mamma la mattina quando si immerge nel traffico? sicuramente impreca o cerca scorciatoie per arrivare prima, si innervosisce ed il suo comportamento nei riguardi del prossimo si inacidisce, MA.... non gli toglieremo mai l'abitudine di fermarsi anche solo per cinque minuti al BAR a scambiare due chiacchere, a prendersi un caffè o a leggere qualche titolo di giornale. allora se sappiamo decifrare i comportamenti, perchè anzichè progettare UN NON LUOGO a pagamento per rimpinguare le casse dissestate di qualche comune, non offriamo in concessione con la formula del project financing a qualche imprenditore la costruzione e gestione di UN LUOGO DI AGGREGAZIONE, dove oltre a parcheggiare si possano fornire servizi BAR, SALE D'ASPETTO, EDICOLE, come in un'aereoporto dove la mamma lasci di buon grado suo figlio e l'operaio o la commessa si incontrino bevano un caffè, dove il commercialista legga il giornale e ,scambi due chiacchere con il barista, tutti in attesa della navetta GRATUITA, magari elettrica che si ricarica grazie ai pannelli fotovoltaici posti sulla copertura dell'edificio servizi e il tutto con il soddisfacimento di tutti e tre gli attori, I'amministrazione, il cittadino e l'imprenditore.Allora si che dopo qualche anno avendo dimostrato che il sistema è efficiente e che soddisfa la richiesta delle esigenze dei cittadini si potrebbe chiedere un piccolo contributo in termini monetari alla collettività, perchè a quel punto la "gente" avrebbe incluso nelle proprie abitudini un luogo di aggregazione dove è piacevole fermarsi e magari accettare di buon grado il pagamento di un pedaggio.
ciao
giovedì 27 dicembre 2007
Sono un tipo curioso, e sono per il FARE più che per il PARLARE comunque cerco di continuo il confronto e di capire le motivazioni degli uni e degli altri e sono sempre pronto a ricredermi e a tornare sui miei passi, ma da alcuni anni, ho preso una posizione critica nei riguardi di tutti coloro che si piangono addosso e bla bla….. non c’è più spazio per l’architettura, bla bla..... non c’è più una committenza, bla bla........ il pubblico il privato……..e via a spellarsi le mani a questo o a quel congresso compiacendosi di trovare tanta gente che come loro è alla ricerca delle ragioni (mal comune mezzo gaudio) dell’incapacità di trovare una committenza che gli consenta di esprimere le loro professionalità.
Intanto dovremmo stabilire cosa si intende per buona architettura, forse il diligente compitino copiato, dell’architetto trendy, che slegato dal luogo, usa gli stampini come sulla spiaggia cercando di emulare (siamo ormai al manierismo del manierismo) forme e stili già noti ma realizzati in un contesto critico diverso?.... oppure pensare di evangelizzare il grande pubblico neofita, cercando di imporre la propria architettura come unica verità. Penso che si dovrebbe spostare l’asse della discussione generale su un piano diverso, intanto stabiliamo che, esistono in natura dei bravi architetti ma nella categoria professionale come in altre, coabitano anche dei benemeriti ASINI, i quali non hanno mai progettato neanche la veranda semi-abusiva dell’amico, ma cercano di spiegare ad altri come farla, oppure si sono cimentati in opere di maggior rilievo ottenendo risultati mediocri, forse non rendendosi conto che il solo fatto di essere architetti, non li obbliga a costruire il mondo e probabilmente il mondo può fare a meno della loro opera.Sicuramente il panorama normativo e vincolistico di qualsiasi rango adottato dalle nostre amministrazioni che ha imposto in fase di redazione dei piani, (di tutti i piani: regolatori paesaggistici, di recupero etc. etc.) l’assioma quasi ideologico per cui architettura = speculazione = cementificazione, non ci rende la vita facile nel confronto con le stesse, ma a volte manca proprio il coraggio e la voglia di trovare la crepa nella norma che ci permetta di ottenere il massimo dal nostro progetto. Mi piacerebbe dibattere con chi è interessato o con chi si è sentito tirato per la giacca, di architettura possibile e di architettura impossibile.
giovedì 20 dicembre 2007
In una ormai consolidata e diffusa tesi della dimensione minima degli spazi abitativi, figlia di motivazioni imprescindibili dell’immediato dopoguerra dove le proporzioni geometriche e la riduzione degli spazi vitali e funzionali, impediscono all’uomo di soddisfare i suoi bisogni basando tutto il processo della costruzione del luogo, solo sulla richiesta da parte di chi costruisce, “di bello ma a poco prezzo” (vale per il privato come per il pubblico), quando chi progetta cerca di ottenere un migliore comfort abitativo, di trasmettere nuove figure e soluzioni, il tutto avviene come di nascosto, quasi nella paura di dover giustificare sempre e comunque qualsiasi tentativo di arricchire e di ottimizzare le nostre scelte per un’architettura che non deve tener conto solo del profitto di chi la realizza, (anche se importante), ma anche delle necessità di chi la vive di assicurarsi in uno spazio più nobile, una pluralità di comportamenti, come i rapporti conviviali e la distensione. Una buona mano a questo stato di cose l’hanno data e la danno le amministrazioni pubbliche, preposte alla stesura e allo studio delle norme che stabiliscono e definiscono gli ambiti territoriali e gli spazi intesi come habitat o luoghi di aggregazione, vogliamo fare un esempio calzante? Su quali basi e su quali valori si ritiene che le aree destinate all’espansione edilizia nelle nostre città e nei nostri paesi, debbano essere sempre quelle marginali, nei luoghi più “sfigati” mi si passi il termine dove anche gli altri esseri viventi come gli animali o le piante non riescono a sopravvivere, vuoi per l’ubicazione, per l’esposizione agli agenti atmosferici, o per l’insalubrità dei luoghi, per quale motivo all’uomo deve essere negata la possibilità di vivere godendo di un buon paesaggio, di una buona esposizione e magari di uno spazio adeguato alle proprie esigenze, obbligandolo a dover cercare di aggirare i regolamenti per garantirsi un piccolo spazio in più in un sottotetto o magari rilegando le proprie funzioni sociali negli scantinati, prendiamo ad esempio l’edilizia convenzionata, destinata cioè alle classi sociali meno abbienti, stabilire con il micrometro, che se un modulo abitativo supera la superficie stabilita per legge non ha più le caratteristiche di edilizia popolare mi sembra un’aberrazione.
un po' di luce sui fatti
Sappiamo tutti che l’atteggiamento dei costruttori è quello di adeguare le superfici “sulla carta” per accedere ai benefici regionali o nazionali destinati all’edilizia convenzionata, mantenendo basso il costo di costruzione e di vendita, per poi rifarsi con la complicità dei futuri acquirenti, predisponendo spazi destinati ad altre funzioni, per il recupero di quelle superfici necessarie a far si che la casa possa favorire le emozioni di vita. Assodato che l’urbanistica non è una scienza, non aspiro a forme di architettura spontanea come nel passato, ma al ribaltamento dei valori che sono alla base delle norme urbanistiche, più che alla “conurbazione” in atto che ingloba piccoli centri rilegandoli al ruolo di nuove periferie, opterei per indirizzare la scelta del luogo dove fondare la propria casa, garantendo una qualità della vita migliore anche a discapito delle distanze fra il posto dove si lavora e quello dove si vive.

Le aree connettive sono state concepite come una serie di piccoli percorsi che colloquiano con la grande piazza, sottolineando così la diversità dei vari blocchi, Amministrativi, professionali e commerciali e la loro organizzazione.L’intento è quello di proporre un sistema di spazi e ambienti flessibili, adattabili alle diverse identità, pronti a rispondere al mutare della domanda. Questa eterogeneità tipologica emergerà nei prospetti grazie alla modulazione e posizione delle aperture nonché per la varietà di materiali, textures e colori dei sistemi di rivestimento che sottolineano i diversi livelli, mentre le aree destinate ai percorsi e agli spazi pubblici sono chiaramente leggibili per la tipologia di finitura. Due sono le soluzioni adottate per la creazione degli spazi comuni: da un lato lo sviluppo in altezza dell’edificio ha consentito di lasciare libera una sostanziosa parte del lotto contribuendo alla creazione di quegli spazi pubblici che la città contemporanea domanda, dall’altro il grande spazio collettivo dedicato a manifestazioni, collocato nella grande corte coperta dell’edificio che offre un’importante area d’incontro, rivolta sia ai fruitori del complesso che ai visitatori esterni attratti dalla grande piazza e dai percorsi commerciali che si affacciano su di essa. L’architettura verrà così ad aprirsi al contesto divenendo, oltre che un nuovo elemento di socialità, un simbolo di un nuovo modo di concepire la periferia della Città.
martedì 18 dicembre 2007
AAA cercasi punteruolo rosso !!!

Le nostre piazze, viali, parchi e perfino i nostri giardini hanno cambiato aspetto nell’arco di pochi anni, vi ricordate quando si piantava un alberello o un cespuglio nel giardino di casa, si curava e si aveva la pazienza di aspettare che crescesse, un motivo in più per lasciare un segno tangibile del proprio passaggio, chiaramente si potevano utilizzare solo piante autoctone, sia per la loro facile reperibilità che per la loro capacità di adattamento.
Cercasi punteruoli rossi
Modificazione genetica dell’architettura
Non abbiamo più tempo vogliamo tutto e subito, le nostre città subiscono mutazioni che ne alterano il loro aspetto senza tener conto delle peculiarità del territorio e della posizione geografica. Anche nell’architettura delle nostre città, dai padri del Movimento Moderno come William Morris, che aveva dettato i primi principi di rinnovamento dell'architettura già nel XIX secolo allo Stile Internazionale degli anni venti, portatore di canoni comuni per l'architettura universale con Le Corbusier e la sua architettura d'avanguardia quasi sociale che, anche se non condivisibile per certi aspetti forse adatta alle esigenze del momento si è passati ad una loro banalizzazione, alla contaminazione e ad uno svuotamento dei contenuti delle forme architettoniche.
Cercasi punteruoli rossi
sabato 15 dicembre 2007
Certo, non necessariamente tutti i vincoli aiutano a migliorarsi, ad esempio nei centri storici di alcune città, “ZTO A” dove, ad un numero altissimo di edifici simili ma senza nessun valore storico,artistico e architettonico, il numero di autorizzazioni, obblighi, pareri, etc… non consente alla committenza di investire e perche no di speculare, per la scarsa convenienza economica l’alto rischio in termini di sicurezza dei cantieri, gli alti costi della logistica.
Forse sarebbe il caso di stabilire una volta per tutte, quali sono gli edifici da vincolare, concedendo per gli altri un premio di cubatura (vedi corti, cortili interni e sottotetti) che giustifichi l’intervento del privato che pur mantenendo i paramenti esterni per il decoro urbano, (vedi antica commissione d’ornato) giustificherebbe il suo intervento con il giusto rientro economico.
venerdì 14 dicembre 2007

"proviamo a sfruttare i vincoli per migliorarci"
giovedì 13 dicembre 2007

Nonostante la massima, nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte ad architetture che idealizzano o tentano di sublimare il lavoro dell'architetto, nel tentativo di imporre a chi vi abiterà un linguaggio difficilmente comprensibile ai più.

